bio

Un approccio che ricorda le sperimentazioni di altre grandi voci, da Kate Bush a Tori Amos, da Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins fino a Bjork.

Figlia del compositore e chitarrista Pietro Messina cresce in un ambiente musicale stimolante. La musica in casa non manca mai e la varietà di strumenti che circondano la sua infanzia le permettono di sperimentare fin da subito un rapporto con essa.

A 8 anni compone le sue prime canzoni.

A 11 anni entra in conservatorio per studiare il violino ma l’insofferenza verso l’ambiente musicale istituzionalizzato la spinge presto ad abbandonare gli studi. Nel frattempo continua a comporre canzoni, impara da autodidatta a suonare pianoforte e chitarra, raffina l’uso della voce.

A soli 12 anni comincia ad arrangiare da sola le proprie composizioni, creando un suo stile personalissimo ed originale.

Le sue ballate, tenere e drammatiche, sono costellate di suoni evocativi fiabe gotiche, richiami folk con echi celtici, misticismi dark: Maria Messina impara a ipnotizzare l’ascoltatore attraverso un pop onirico ed etereo, come gli incantesimi delle streghe.

Raramente si è vista in Italia una cantautrice unire suoni etnici, melodie pop, arrangiamenti quasi gotici e una verve da folksinger doc. Un approccio che ricorda le sperimentazioni di altre grandi voci, da Kate Bush a Tori Amos, da Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins fino a Bjork.

Ed è proprio la voce il punto di forza di Maria Messina, un timbro incredibile, acuto e sottile ma grintoso al tempo stesso, capace di ben quattro ottave di estensione: decine di sfumature diverse con le quali giostra in completa libertà e riesce a creare atmosfere irripetibili.

Nei testi invece, rigorosamente in lingua inglese, Maria Messina rispecchia la sua irrequietezza di artista e la sua avversione verso i luoghi comuni e i cliché di ogni sorta. Le sue canzoni sono un viaggio fantastico, una scorribanda nelle leggende del folk, nell’innocenza perduta e nelle magie dell’occulto. Le sue narrazioni sono un susseguirsi di figure misteriose e fiabesche, attraverso una stupefacente compostezza con la quale la cantautrice di Verona allestisce le sue confessioni a cuore aperto, condensando in un sospiro, in una melodia, in una frase di piano, ciò che altre non riuscirebbero a esprimere con un’intera valigia di trucchi da palcoscenico.